lunedì 22 agosto 2011
Il cristianesimo d'ammirazione
Pubblicato da
Luigi Maria Epicoco
"Cristo non vuole gente che lo ammiri, ma che lo segua" (S. Kierkegaard)
Mi ricapita tra le mani uno dei volumi dei Enten-Eller di Kierkegaard edito dall'Adelphi, e scorgo la sottolineatura a questo rigo sopra citato.
Credo che in estrema sintesi questo sia il vero programma per un rinnovamento profondo dell'essere cristiani: il passaggio dall'ammirazione alla sequela. Cristo inevitabilmente ti lascia a bocca aperta, ti incanta con gli ideali del Regno, ti riempie di entusiasmo per la speranza di una vita di pienezza così come Egli la racconta, ma molto spesso tutto finisce lì. Lo ammiriamo, ma non ci sporchiamo mai davvero le mani. Non comprendiamo che il cristianesimo è vero solo se diventa tentativo e non solo adulazione o proposito per il futuro. Uscire dalla gamma degli spettatori e salire sul palco della storia da protagonisti, senza avere paura di sbagliare, di fare brutta figura, di non esserne all'altezza. Seguirlo non è una faccenda che va sempre bene. A volte ci si fa anche male. Di certo però è che chi lo segue va verso qualche parte, non rimane fermo dove tutto è cominciato, si muove verso il suo destino, non lo aspetta ingenuamente cercandolo solo nella fantasia. L'ammirazione per Cristo non ci salva. Se la nostra devozione è ammirazione allora siamo perduti. La nostra vera devozione è tentativo di seguirlo, solo così tutto diventa non solo Bello ma anche Vero, Possibile, Buono.
Forse ci spaventano ancora troppo i nostri peccati. Ma noi valiamo più dei nostri errori, e la maniera che abbiamo per ricordarcelo è rialzarci costantemente dalle nostre cadute. Costantemente...non sporadicamente. Forse è questo il motivo per cui le messe finiscono con un verbo di movimento verso l'esterno..."andate in pace". Rimanere in pace è una gran bella cosa, ma il cristiano è uno che va in pace, non si accontenta di restare in essa.
