giovedì 6 ottobre 2011

Diario Turco/2


Instanbul o Bisanzio o Constantinopoli. Alcuni dei nomi che questa città si porta addosso. Oggi visitandola ho imparato che anche le cose più trionfanti possono cambiare e diventare altro. Oggi ho imparato che il cielo è di colore verde, almeno così l'islam lo immagina e si capisce pure il motivo: questa gente abituata al deserto, alle arsure, ai paesaggi sempre uguali delle terre aride, come poteva immaginare il paradiso se non come una terra fertile, verdeggiante, piena di verde appunto. Da queste parti la speranza ha i tratti dell'Eden, pieno di alberi e natura. Tra l'altro sembra che questa città si muova sul filo dei colori. Prima il verde, che ho appreso nella Moschea blu. E questo blu altro non è che il trionfo della maiolica delle decorazioni delle pareti. Camminando scalzo dentro la simmetria delle cupole e delle finestre ho pensato che l'unico riferimento al divino in questi luoghi è la direzione, il verso, il puntare alla mecca. Qui c'è un'immensa distanza dal cristianesimo che ha altre direzioni, che punta verso l'alto. Si capisce bene quando si entra a Santa Sophia, dove i mosaici sostituiscono le lettere arabe delle moschee. E nonostante gli sforzi di islamizzare il tempio, i volti del Cristo, della Vergine e persino dei serafini tradiscono la voglia di "vedere" un mistero, o almeno di sbirciare, come fanno i bambini quando tengono chiusi gli occhi davanti a una sorpresa, e tra le dita semi aperte tentano di capire cosa c'è. L'arte da queste parti è esattamente come uno sbirciare tra le dita una gloria luminosa, color oro, che fa da sfondo a ogni cosa. Una gloria che racconta la cronaca umana di Gesù, mettendola in relazione con l'eternità di Dio. Così nessuno può dire questo è accaduto, ieri, oggi o domani, o di giorno o di notte; questo sta accadendo adesso, è presente ora, è attuale negli occhi di chi guarda.
E per continuare con i colori da queste parti il rosso segna ovunque la città, perchè è la bandiera turca, e l'arancione colora di nostalgia ogni cosa quando al tramonto cala sulle moschee e sulle infinite case. Posso testimoniarlo in prima persona, poichè attraversando in battello il mar di Marmara si ha come l'impressione di camminare per miglia e miglia in un presepe infinito di case e minareti, apparentemente messi lì, con i loro ponti sospesi, per dare emozione a chi da lontano, come noi, viene qui a farsi sedurre dall'antica Costantinopoli, un tempo capitale anche dell'impero romano. Un tempo culla della cristianità primitiva e fondante, poi dell'islam trionfante, ora di una città che con addosso tutto ciò si affaccia in Europa e si propone come il cuscinetto di dialogo tra la cristiana Europa e l'islamico oriente. Di certo o l'Europa diventerà islamica o l'islam diventerà europeo. Nel primo caso ciò potrebbe accadere per i vuoti lasciati da un cristianesimo stanco, ridotto ad etica e musei; nel secondo caso ciò potrebbe accadere se l'Islam, pur rimanendo tale, cercasse più il dialogo e la reciprocità che la conquista e l'uniformità. Di certo però oggi vado a letto contento per aver potuto toccare l'urna dove riposano le ossa di San Giovanni Crisostomo. Ho chiesto a lui umiltà e parole infuocate per annunciare Cristo in una terra che si sente troppo al sicuro, troppo convinta di potercela fare da sola, troppo intenta a mettere Dio alla porta e l'egoismo al centro, come un faraone a cui tutto è dovuto. Chi crede di bastare a se stesso è già morto, solo che a volte ci vogliono anni prima di averne consapevolezza.